Pregiudizi

Volete che l’Italia e altri paesi si sbriciolino?

Noi vediamo che tutti i paesi che stanno lasciando crescere l’autogoverno dei loro territori sono più uniti e coesi del nostro. E non temiamo smentite su questo.

Il Canada e la Germania, per esempio, non sono mai state così forti, come comunità politiche, come da quando hanno moltiplicato e lasciato crescere le istituzioni di autogoverno. Paesi centralisti come la Cina, il Pakistan, il Sudafrica, il Brasile, invece, sono pieni di tensioni economiche, sociali, oltre che guerre intestine di potere e violenze, di cui ovviamente i media non ci parlano. Gli Stati Uniti, che pure avrebbero istituzioni di autogoverno forti, sono comunque messi continuamente in crisi dal loro centralismo politico e soprattutto militare. L’India, per fare un altro esempio, è pericolosamente in bilico fra il federalismo e il localismo (l’eredità di Gandhi e di Bacha Khan) e la tentazione del centralismo (che è pericolosamente connessa con il nazionalismo hindu).

State portando avanti un ridicolo folklore…

Il recupero del folklore fa parte di un complesso ma certamente spontaneo processo dal basso, da parte di persone che non vogliono essere anonime e appiattite nella modernità. Noi non lo sottovalutiamo, né lo strumentalizziamo.

Per approfondire, invece, come il folklore sia stato strumentalizzato da regimi e nazionalismi, si può partire da questa riflessione: http://www.cenerentola.info/index.php/letture/555-proposito-di-piccole-patrie .

Persino il fascismo cercò di strumentalizzare le tradizioni locali, per usarle come forma di ritualità pubblica collettiva, al solo fine di aumentare l’obbedienza delle masse al regime. Noi siamo in opposizione frontale con queste strumentalizzazioni, con queste manovre dall’alto per consolidare il potere di pochi a spese di molti. Siamo distanti anni luce da tutto ciò che è “culturalismo” o “nazionalismo”, anzi ci battiamo fermamente contro coloro che strumentalizzano le culture vernacolari per farne strumento di potere (l’ennesima incarnazione del “panem et circences”) o addirittura imprenditoria dell’odio verso i diversi, in particolare verso i nuovi venuti.

Le culture vernacolari sono un patrimonio incredibile, un bene comune, un capitale sociale, una forza socializzante, che fornisce alle persone radici e identità forti, grazie alle quali essere più se stessa, più aperta, più libera nel mondo globalizzato. Tutti i movimenti decentralisti democratici e antirazzisti contemporanei, come il nostro, si mettono al servizio delle culture locali, per rispettarle, non per strumentalizzarle o asservirle a progetti politici settari o comunque di parte.

Se la Toscana si separa dall’Italia, poi magari la Lunigiana vorrà secedere dalla Toscana. Si apre un vaso di pandora? Dove ci si dovrebbe fermare?

La dimensione e la coesione di una comunità territoriale che si autogoverna è una eredità di geografia, economia, storia, geopolitica e politica, ma – in definitiva – della volontà dei suoi abitanti di oggi.

Ovviamente noi crediamo che la Toscana sia una comunità sufficientemente coesa, socialmente, economicamente, storicamente e politicamente plausibile, ma alla fine la decisione ultima la devono prendere i Toscani residenti di oggi.

Le popolazioni che si trovano a orbitare a cavallo fra sistemi economici e sociali locali diversi, in particolare, devono essere lasciate libere di valutare fino in fondo la loro posizione e il loro destino. Nel mondo contemporaneo e globalizzato, possiamo avere molto più autogoverno che in passato! Grazie a internet e alla globalizzazione, possiamo vivere in comunità territoriali più piccole, ma comunque aperte al mondo.

Noi non abbiamo paura del fatto che la gente possa decidere, una volta informata e resa ben cosciente del fatto che l’autogoverno è libertà ma anche tanta responsabilità.

Esempi concreti? Non ne facciamo, perché non spetta a noi. Spetta a chi vive nella sua comunità locale fare una riflessione profonda su quale è, a suo parere, la giusta dimensione territoriale di autogoverno. Ai confini della Toscana ci sono molti comuni e comunità che sono toscani o legati economicamente e socialmente alla Toscana in modo diverso da quando la circoscrizione regionale fu fissata, ormai mezzo secolo fa. E’ giusto che tutti possano studiare, riflettere e scegliere per se stessi.

Volete riportarci agli staterelli del passato?

Sbagliato. Chi parla di ritorno al passato semplicemente ignora gli ultimi decenni di studi politici sulla mobilitazione sociale della persona umana. E’ l’uomo contemporaneo che vuole più controllo sul proprio territorio.

E’ abbastanza ovvio che in molte regioni oppresse da stati centralisti disfunzionali, le richieste di autogoverno contengano anche una richiesta di recupero di identità e diversità, cultura vernacolare, sovranità territoriale. Corsica, Sardegna, Scozia, Fiandre, Baviera, Catalogna e anche la nostra Toscana sono antiche comunità politiche,  che i vecchi stati centralisti e il neocentralismo europeo dovranno alla fine riconoscere. L’ingrediente decisivo, però, non è il passato, ma il futuro. I movimenti contemporanei che si impegnano per decentrare effettivamente il potere attualmente concentrato nei grandi stati e nelle grandi organizzazioni sono guidati da persone perfettamente integrate nella società globalizzata, che vivono in città e territori che sono stati ampiamente “piallati” dalla modernità. Queste persone non guardano al passato, ma a una vita migliore. La loro voglia di contare e di decidere democraticamente, come cittadini sovrani e come comunità locali che si autogovernano, è assolutamente incompatibile con ogni forma di centralismo.

C’è un grande movimento decentralista universale, che si manifesta in tutti gli stati moderni. Noi ne facciamo parte e vogliamo che la Toscana, l’Italia, l’Europa siano all’avanguardia in questo straordinario processo per rendere la politica più a misura di persona umana, più rispettosa dell’ambiente, più pacifica e più libera per tutti e dappertutto.

Uno dei primi studiosi a individuare con rigore scientifico, senza essere annebbiato dagli occhiali delle ideologie, questa mobilitazione sociale contemporanea è stato Karl Deutsch, a partire da un suo articolo del 1961, intitolato Social Mobilization and Political Development, purtroppo ancora troppo poco conosciuto in Toscana e in Italia.

Volete altre Jugoslavie?

La violenza in Jugoslavia fu scatenata dal centro nazionalista serbo, non dalle periferie, non scherziamo. Le violenze le scatena chi ha controllo di potere e ricchezze, gli oppressori, non certo gli oppressi.

I nazionalismi sono parte della modernità, ma non sono tutti uguali. Quello sloveno o quello bosniaco erano movimenti profondamente laici e naturalmente moderati, perché legati alla valorizzazione dell’autogoverno. Quello serbo (e in parte, per rispecchiamento, quello croato) era dominato da veri e propri imprenditori dell’odio, che strumentalizzavano la crisi della Jugoslavia per mantenere intatto il loro potere e i privilegi.

In una prospettiva storica più ampia, anche prima che si universalizzasse la pratica gandhiana della resistenza nonviolenta, non accetteremmo di mettere sullo stesso piano la violenza dei colonialisti con quella degli anti-colonialisti.

Egoismi di territori ricchi contro province povere?

Ogni comunità ha l’aspirazione di controllare di più le proprie risorse e ci mancherebbe altro! Peccato che tante chiacchiere (leghiste e anti-leghiste) sui cosiddetti “residui fiscali” siano solo ridicola e fuorviante propaganda, che si fonda su presupposti infondati.

Ci sono tre punti che vengono sistematicamente e colpevolmente trascurati, sia dal conformismo dei media pro-centralismo sia dalla miserabile retorica dei leghisti e degli altri imprenditori dell’odio.

Primo: non esiste “naturalmente” un centro “buono” che ridistribuisca ciò che sottrae ai territori che domina per darlo a “chi ha più bisogno” – è un grande inganno credere in presunte, spontanee virtù redistributrici del centro! Sono mai esistiti paesi che hanno praticato redistribuzioni vere (non occasionali, non strumentali, non colonialiste)? Certo, ma erano le repubbliche socialiste sovietiche. Esempi da studiare certo, ma che non prenderemmo ad esempio per il futuro.

Secondo: sotto il centralismo, che altro non è che una forma particolarmente ben camuffata di dominazione colonialista, le regioni più marginali e più povere lo restano irrimediabilmente nel tempo. L’assistenzialismo ai territori, infatti, esattamente come accadeva nei moderni imperi colonialisti, non produce riscatto, tanto meno uguaglianza, anzi produce declino dei territori sottomessi. Centocinquanta anni di meridionalismo italiano dovrebbero convincere chiunque che la “questione meridionale” è una creazione politica voluta dall’alto e dal centro, per mantenere forzatamente il Sud più povero e più sottomesso. Non tutti possono aver studiato Don Sturzo, Gramsci o Salvemini, ma questo non giustifica continuare a tenere gli occhi chiusi di fronte alla realtà.

Terzo: è un po’ ingenuo rivendicare “residui fiscali” o aver paura di veder mancare “aiuti allo sviluppo”, perché i conti, nella complessità delle amministrazioni e dei servizi pubblici contemporanei, si fanno solo alla fine. Un territorio autonomo, che gestisce in proprio un maggior numero di servizi pubblici, può diventare meno povero con il tempo, mantenendo sul territorio maggiori competenze e maggiori risorse. Un territorio più ricco, invece, può perdere quote di mercato nei territori più deboli, dove prima magari le sue aziende dominavano. In generale, nel lungo termine, l’esperienza delle piccole comunità autonome sembra suggerire che tutti ci guadagnano qualcosa (win-win): le comunità più piccole e più autonome sono più snelle nella gestione delle proprie strutture interne, sono più aperte alle innovazioni, sono più aperte al mondo. Tuttavia cosa accade nel breve e nel medio termine, non lo si può mai veramente prevedere. Quindi per noi è chiaro che le rivendicazioni di autogoverno non possono essere alimentate da alcun tipo di avidità o di egoismo. Esse, al contrario, rispondono al bisogno profondamente altruistico, civico e civile, della persona contemporanea, di avere maggior voce in capitolo e maggiori responsabilità nella amministrazione della propria comunità e del proprio territorio (Cfr Mauro Vaiani, Disintegration as Hope).

Volete tornare al Granducato?

Il Granducato di Toscana è una esperienza storica concreta di buongoverno, non solo una nostalgia. Il ricordo del Granducato è un bene comune di tutti i Toscani. Noi, che siamo solo una parte, non ce ne appropriamo, non lo strumentalizziamo, lo difendiamo da coloro che vogliono ridicolizzarlo.

Per approfondire cosa pensiamo del Granducato, ti invitiamo a leggere questa nostra pagina di riflessione su quello stato e su cosa rappresenta per tutti noi.

Volete rimettere confini e alzare muri? Torniamo al feudalesimo o ai comuni?

No, assolutamente no. Crediamo nella libera circolazione delle persone, dei loro beni e anche dei loro prodotti, in tutto il mondo, ovviamente nel rispetto della legalità internazionale e locale, dell’escosistema come bene comune di tutta l’umanità, delle biodiversità e delle peculiarità locali, del buon senso.

Chi veramente minaccia la libera circolazione nel mondo globalizzato, ne siamo convinti, sono le grandi potenze che ancora praticano militarismo e colonialismo, causando contraccolpi sociali e ambientali che alimentano insicurezza e diffidenza.

Per esempio gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, che finanziando la guerra che ha distrutto la Siria hanno riempito il mondo di profughi. Per esempio la Cina, che invade tutti i mercati con produzioni di massa a basso costo, ottenute senza rispetto dei diritti dei lavoratori, a discapito dell’ambiente, desertificando l’artigianato e la piccola impresa in ogni angolo della terra. Per esempio la Francia, che con il suo neocolonialismo impedisce lo sviluppo dell’area africana dominata dal suo “franco centrafricano“. Per esempio la Nigeria, con il suo centralismo corrotto e corruttore, che impedisce il riscatto delle nazioni che sono prigioniere del suo sistema fintamente federale.

In Europa, in particolare nell’Unione Europea e nella Eurozona, la libera circolazione è messa in pericolo dall’eccessiva intrusione delle istituzioni comunitarie nella vita delle comunità locali. Non meno pericoloso, per l’unità e la libertà dell’Europa, è il continuo accentramento delle ricchezze, che le istituzioni europee avallano, lasciando spogliare le periferie e arricchire poche capitali continentali. Il tentativo di imporre regole uguali a chi è diverso ha già prodotto la Brexit, la distruzione economica e sociale della Grecia, lo sviluppo di movimenti populisti e xenofobi in Polonia e Ungheria.

Vogliamo davvero andare avanti così? O è tempo di cambiare, tornando a costruire una rinnovata confederazione europea di popoli, stati, regioni autonome, territori che si autogovernano, liberamente e responsabilmente, capaci di ricostruire insieme una Europa più equilibrata e più libera?

Volete fermare le migrazioni?

Sarebbe davvero strano che dei Toscani, abitanti di una terra che è di immigrazione da quando esiste la specie umana (e purtroppo in certi momenti di crisi anche di emigrazione), volessero “fermare” le migrazioni. No, quello che vogliamo fare è una cosa diversa e molto più importante: vogliamo che le migrazioni non siano importazione di schiavi economici, da usare per abbassare gli stipendi di tanti e arricchire pochi. Gli immigrati devono essere considerati persone umane uguali in tutto e per tutto, diritti e doveri, a chi è già residente.

Non vogliamo che una persona badante straniera sia pagata poche centinaia di euro per un lavoro 24/24, 6 giorni e mezzo su 7. Non vogliamo che un operaio edile straniero sia fatto lavorare a nero o comunque per uno stipendio da fame in cantiere, grazie al gioco del cerino delle esternalizzazioni, degli appalti, dei subappalti. Non vogliamo che un fondo sia affittato a una piccola impresa straniera a un prezzo che una piccola impresa toscana, che lavora nelle regole e paga dignitosamente i suoi collaboratori, non potrebbe mai sostenere.

C’è qualcosa di sbagliato nell’immigrazione contemporanea in Europa, perché viene usata per comprimere i salari e i diritti di tutti. Noi vogliamo spezzare questo nesso disumano. Per fermare questa deriva noi abbiamo una proposta chiara: creare autorità locali talmente forti, da poter imporre il rispetto delle regole in ogni angolo del proprio territorio, cancellando le attuali sacche di illegalità economica, lavoro nero, precariato, morti bianche, inquinamento sociale e ambientale.

Siete contro l’Europa?

Siamo per una Europa unita, libera e in pace con tutto il mondo, ma non crediamo nel superstato europeo. Anzi, crediamo che un superstato europeo finirebbe fatalmente per aumentare i grandi mali mondiali del militarismo e dell’imperialismo.

Non vogliamo l’esercito europeo. Non vogliamo servizi segreti europei. Non vogliamo una guardia costiera europea. Non vogliamo presidenti o ministri europei. Non crediamo in una grande democrazia continentale, dove ai popoli non resterebbe altro potere che quello, ogni cinque anni, di votare per icone o simulacri televisivi (Trump o Macron, Berlusconi o Renzi, fate voi).

Per fare in modo che i cittadini contino e vengano ascoltati, vogliamo tante repubbliche a misura d’uomo, dove ogni persona umana senta di poter fare, da cittadino attivo, la differenza. Per questo siamo impegnati in una battaglia politica per riportare a un livello più basso tutti i poteri legislativi necessari. L’attuale Unione Europea, con il suo immenso e incontrollabile potere legislativo, va radicalmente riformata, proprio per proteggere gli ideali di pace e cooperazione che ne hanno ispirato la fondazione.

Per fare un esempio concreto, noi stiamo dalla parte dei successi economici e sociali che si sono realizzati in Scozia e Catalogna, e coerentemente contro le tentazioni nazionalistiche che stanno riemergendo potentemente a Londra e a Madrid. Noi siamo per una libera e leggera confederazione europea, formata da tanti territori che si autogovernano.

Tutto il mondo cammina verso grandi aggregazioni, perché i piccoli stati non contano nulla…

Invece i piccoli stati non solo stanno in piedi, ma accumulano meno debiti e risultano anche più inclusivi, egualitari, maggiormente rispettosi del proprio ambiente, pragmatici e innovativi, aperti alla libera circolazione di persone e idee, votati alla pace.

Stiamo studiando e vogliamo far conoscere meglio dei casi, dalla Svezia a San Marino. Visitate anche questa pagina, per approfondire. Navigate anche su Wikipedia, sulle liste che mettono in evidenza l’andamento degli indici Gini (disuguaglianza economica) e altri indici di sviluppo umano, in cui i piccoli territori indipendenti sono in testa, mentre in coda ci sono i grandi stati centralisti.

La maggior parte dei grandi stati sono disfunzionali, squilibrati, oppressivi al proprio interno e aggressivi verso l’esterno.  Sono anche, e in questo c’è speranza, in crisi profonda di legittimazione, che verrà risolta solo da salutari processi popolari di cambiamento dal basso, portati avanti da movimenti decentralisti dal basso.

Se volete approfondire perché la disintegrazione rappresenta una speranza in tutto il mondo, vi possiamo consigliare di partire dal lavoro di ricerca geopolitica di Mauro Vaiani (che è anche il presidente del Comitato Libertà Toscana): Disintegration as Hope.

Siete contro l’Euro?

L’Euro è una moneta forte e convertibile. Come tale da’ sicurezza a molti, ma è indubbio che sia causa di incertezza e declino per altrettanti. L’area in cui tutti usiamo l’Euro come unica moneta legale, l’Eurozona, non è ottimale. Va studiata e rivista, con il consenso e l’accordo di tutti i territori, dai più ricchi come la Baviera, ai più poveri come la Grecia.

Purtroppo gli studi sulle dimensioni e le caratteristiche ottimali di una area valutaria integrata, che risalgono almeno al 1961 (quando uscì A Theory of Optimum Currency Areas”, di Robert A. Mundell), sono stati messi da parte per inseguire un processo di unificazione politica non dichiarata, ma perseguita testardamente. Noi vogliamo contribuire a una discussione approfondita su come stiamo attualmente gestendo l’Euro e l’immensa mole dei nostri debiti pubblici denominati in Euro.

Non vogliamo la “sovranità” monetaria a tutti i costi, ma nemmeno l’Euro a tutti i costi. Se riuscissimo a far diventare la Toscana come la Slovenia, potremmo senz’altro continuare a usare l’Euro o altre valute internazionali forti. Se invece non riuscissimo, l’Italia ci pare destinata a fare la fine della Grecia, trascinando però nel disastro non solo dieci, ma sessanta milioni di persone.

Alcune piccole nazioni sono più vivibili perché sono abitate da popoli più civili, l’Italia è abitata dagli Italiani…

Questa obiezione è un pregiudizio “culturalista”, infondato, detestabile e profondamente razzista. Ancora peggiore quando la si accampa per mettere l’uno contro l’altro i diversi territori italiani. Siamo impegnati per smontare l’ignoranza che si cela dietro questo pregiudizio “culturalista”.

Stiamo riscoprendo studi fondamentali, da Ernest Gellner a Robert Putnam, per togliere dalla mente delle persone la “falsità” che è stata venduta come una “verità”, quella secondo la quale per raggiungere la prosperità e la coesione sociale delle piccole nazioni del Nord Europa, occorra essere scozzesi o scandinavi. Non è così, come potete comprendere facilmente leggendo, per esempio, cosa è successo in Svezia.

Per continuare la discussione…

Vi domandiamo noi, infine, a che e a chi serve veramente concentrare potere (e conseguentemente ricchezze)?

A imporre decisioni prese sempre più in alto? Si può imporre dall’alto qualcosa, perché magari è “una cosa buona”, che è stata capita da elite che sarebbero, per la loro cultura e la loro esperienza, più illuminate delle persone ordinarie? Noi non lo crediamo. Non è mai stato del tutto vero e ancora meno lo è in questo mondo globalizzato in cui tutti gli esseri umani hanno accesso a un minimo di informazione e di connessione. Se anche voi avete dei dubbi, contattateci, scriveteci, parliamone.